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Omeostasi del rischio??

Questo è l’andamento nel tempo dei morti per incidente stradale, in rapporto al numero di km percorsi.
Mezzi più sicuri e strade più sicure hanno un effetto concreto sulla sicurezza per strada.

Morti per incidenti stradali nel tempo per km percorsi - Rodolfo Saccani

Qualcuno ha ancora voglia di argomentare sulla presunta omeostasi del rischio? Parlo di quella teoria secondo la quale quando aumenta la sicurezza oggettiva, il pilota inconsciamente assume un comportamento più rischioso riportando il rischio reale (cioè la statistica) dove era prima. Ogni aumento della sicurezza passiva sarebbe vanificato da questo meccanismo.

Negli sport “estremi” questa è una teoria ancora in voga e, nonostante le evidenze scientifiche siano ben poche e di scarsa qualità , soprattutto smentite dai numeri sugli incidenti, vengono ancora ampiamente citate.
Qualche studio che dimostra qualunque cosa lo si trova sempre, non è uno studio che rende vera una teoria. Soprattutto se la teoria fa previsioni totalmente discordanti con la realtà .

Questo succede perché il credere a queste teorie giustifica la scelta di un mezzo meno sicuro perché tanto con quello più sicuro poi ci si prende più rischi quindi alla fine non cambia nulla, anzi il mezzo più performante farebbe volare più sicuri perché ci dà  più possibilità  di azione.

Come se il nostro cervello fosse un fattore esterno, al di fuori del nostro controllo, preoccupato più di mantenere costanti gli indici degli incidenti che della nostra incolumità .

5 commenti su “Omeostasi del rischio??”

  1. La mortalità  stradale è un indicatore parziale del fenomeno violenza stradale. L’escalation “migliori strumenti peggiori comportamenti” (compensazione psicologica del rischio) è evidenziata da altri parametri:
    – sinistrosità  (indice di conflittualità ), il numero degli schianti varia molto meno della mortalità ;
    – ripartizione della mortalità  tra le categorie, gli utenti non protetti da abitacolo, pedoni, bici e moto, hanno superato il 50% del totale, pur rappresentando una aliquota molto inferiore;
    – spostamenti a piedi e in bici, sono un indice molto significativo dei comportamenti di guida;
    – velocità  massime rilevate nei centri urbani, altro indice molto trasparente di qualità  della sicurezza stradale.
    Alfredo Giordani
    Rete #Vivinstrada
    https://blogvivinstrada.wordpress.com/2016/06/02/fenomenologia-della-sicurezza-stradale-perche-guidiamo-cosi-male-il-modello-comportamentale-generale-di-guida/

  2. Alfredo, hai dei riferimenti di studi che hanno misurato una relazione causa effetto o almeno una correlazione tra maggiore sicurezza passiva e uno qualunque di questi altri parametri?

    Se ci sono evidenze (io non ne ho trovate) è il caso di quantificarle perchà© la leggenda narra che la compensazione psicologica va a compensare esattamente l’aumento di sicurezza annullandolo.

    In ogni caso l’espressione “compensazione psicologica del rischio” impone di capirci su quale rischio stiamo valutando. Si parla del rischio per la persona che mette in atto questo meccanismo psicologico. Se nel conto ci mettiamo i pedoni, i ciclisti, i tamponamenti senza conseguenze, allora non stiamo più parlando dell’argomento di questo post che è il rischio che corre il pilota stesso.

  3. Ritentgo che l’omeostasi del rischio o rischio oeostatico sia oggettiva, ma constatare tale rischio non può in alcun modo portare a ridurre le sicurezza (non direi oggettive bensà¬) passive; quanto piuttosto ad incrementarle.

    Mi spiego. E’ indubbio che l’aumento della sicurezza passiva induce una minore viglianza, ma tale minore vigilanza non può indurre a ridurre la sicurezza passiva, bensଠad aumentare la sicurezza passiva tale da consentire al soggetto tutelato di non incorrere in indicedenti o peggio infortuni derivanti dalla inevitabile minore attenzione.

    D’altra parte, se è palese la riduzione del numero di infortuni riportato dalle statitistiche per indice di frequenza, con l’avvenuto incremento delle misure di prevenzione e protezione, è altrettanto chiaro che il miglioramento dei livelli di sicurezza che possono vedere tutti coloro che da almeno vent’anni operano nella sicurezza sul lavoro è molto superiore al più contenuto miglioramento del dato infortunistico.

    Ciò dipende dal fatto che sostanzialmente la maggior sicurezza è in parte (sopo in parte) vanificata dalla minore percezione del rischio e quindi dalla minore attenzione.

    In sostanza riconoscere l’omeostasi del rischio non giustificherebbe i alcun modo la riduzione delle misure di prevenzione e protezione, bensଠl’ulteriore incremento dei livelli di sicurezza passiva a colmare il defici percettivo.

  4. Attenzione, l’omeostasi del rischio non dovrebbe essere misurata solo relativamente ad un fattore di rischio, ma in complesso. Come atteggiamento psicologico, se tamponato da un lato può trovare “compensazione” in un altro. Esprime la propensione ad “assumere rischi”, di qualunque tipo. Quindi, in primo luogo, occorrerebbe definire il concetto di “rischio” come percepito dal singolo, e in questo ambito verificare l’esistenza o meno del fenomeno. Se non posso guidare nel modo rischioso di prima (sono capitato in un’isola deserta) è possibile (non certo inevitabile, sicuro al 100%) che soddisferò la mia “voglia di rischio” salendo sulle palme più alte, cacciando i ragni velenosi o altro simile, sempre con giustificazioni “razionali” e gratificandomi della mia abilità  nel superare queste “prove” in cui “metto in gioco” la mia vita.
    “La vita è cosଠnoiosa… senza un po’ di pepe che vita è?”, sarebbe il concetto espresso nel linguaggio popolare. La quantità  di “pepe” dipende dal sogetto, e non c’è dubbio che dipende anche dall’età . C’è un certo fascino nel pericolo, nell’ansia, nell’insicurezza; nel “rischio”. Ma sono convinto che la “propensione al pepe” può essere modificata in sà©, oppure traslata su altre vie, meno pericolose non tanto per sà© (sono per la libertà , cosciente, di suicidio), quanto per gli altri.
    Quindi, va benissimo, è perfettamente comprensibile e logico che veicoli e strade più sicure, e una migliore educazione, abbiano portato a meno morti e feriti negli incidenti stradali. Mi domando (non ho risposte) se non vi sia sto uno spostamento verso altri rischi, ugualmente gratificanti per il soggetto e, vantaggiosamente, meno pericolosi per l’incolumità  degli altri.

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