La parabola

Quando ho iniziato a volare, con degli stracci di vele e imbraghi fatti da quattro cinghie e poco più, non c’era uno strumento per misurare il divertimento. Se fosse esistito lo avremmo rotto subito mandandolo a fondoscala.

Ci divertivamo a stare per aria per il piacere di starci, a volare come e con i rapaci, per il paesaggio, il silenzio, l’aria in faccia, il tramonto, il mare in lontananza, il passaggio basso sul pendio, mettere giù un piede e ridecollare, atterrare tra i cespugli tra la strada e la palude per il gusto di una planata. Era un gioco.

Sono le fasi iniziali, quelle della passione pura. Poi per qualche motivo si cambia.

Come quando abbiamo iniziato ad ascoltare la musica col walkman e le cuffiette e poi, pian piano, ci siamo fatti trascinare nella mania dell’hi-fi, che la musica non sembrava neanche più degna di essere ascoltata se non c’era un amplificatore col manopolone, le casse più grandi possibili posizionate esattamente nel modo giusto e l’equalizzatore per andare a regolare precisamente le frequenze.

Per un po’ queste cose presero piede, poi ti trovavi a sentire spiegazioni su quanto si sentisse meglio con quel connettore placcato in oro e, anche se nella tua testa ti dicevi che a te sembrava che non cambiasse una mazza, annuivi per non farti prendere da coglione. Ma il coglione non eri tu.

Infatti il mercato dell’hi-fi ha visto la sua crescita ma poi la gente si è rotta le palle di tutto questo tecnicismo. Gli amplificatori e gli equalizzatori sono finiti in cantina o in soffitta e le persone si sono messe ad ascoltare la musica in formato digitale, che i puristi svenivano solo a pensarci.

Ecco, anche nel volo c’è stata questa evoluzione. Pian piano ci siamo ritrovati a guardare sempre più con interesse le questioni tecniche, gli allungamenti, i profili, i materiali, le prestazioni, i grammi, l’aerodinamica. Ci siamo trovati tutti concentrati a valutare il coefficiente di penetrazione di un imbrago aerodinamico in una galleria del vento, senza neanche pensare che il mondo reale non è una galleria del vento e che quello che sembra funzionare perfettamente in quell’ambiente artificiale, quando lo metti nel mondo reale può non fare alcuna differenza o addirittura funzionare peggio.

Ci siamo trovati a misurare ogni sfaccettatura di velocità ed efficienza, a scegliere i mezzi in base a questi parametri, a massimizzare le prestazioni piuttosto che il piacere (qualcuno dirà che le cose coincidono: no, non è vero). Un po’ come se per andare in ufficio, invece del vecchio minivan diesel prendessi un’auto da formula 1. Probabilmente arriverei anche qualche secondo prima, per carità.

Magari sono io che mi sbaglio, magari invece quando si va a volare nel weekend la cosa più importante è proprio farlo con un mezzo veloce con cui arrivare prima. Magari la vera essenza del volo sono i chilometri e i metri di quota, il passare più ore possibile in volo pisciando in un pannolone e mangiando le barrette.

Oppure tutto questo lo facciamo un po’ inconsapevolmente, percorrendo quella parabola già vista. Nella fase discendente, tutti distratti dalle schede tecniche e dai numeri, non ci accorgiamo che lo sport attira meno persone, l’età media si alza, la noia cresce.

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