Un pilota che ha un incidente e compila la segnalazione, fino a poco fa, non vedeva tornare indietro niente. La scheda partiva e spariva in un archivio. Nella migliore delle ipotesi ricompariva l’autunno dell’anno dopo, come riga anonima dentro un rapporto che riassumeva una stagione ormai chiusa, costruito su dati vecchi in media di un anno e mezzo.
Era da una decina d’anni che volevo provare a farlo al contrario. Adesso c’è: la casistica incidenti su fivl.it raccoglie quasi trecentocinquanta eventi dal 2012, si ricalcola ogni ora, e una scheda ci compare poche ore dopo che la Commissione Sicurezza l’ha esaminata. Sono anonime e si fermano ai fatti: dinamica, meteo, attrezzatura, fase di volo, come è finita per chi era a bordo.
Una cosa che ne esce la metto qui perché vale da sola il prezzo del biglietto. Fra i lanci dell’emergenza che dichiarano la quota, sotto i 50 metri l’esito è grave o mortale nel 60% dei casi, sopra i 50 metri nel 9%. Sei volte meno. Il motivo sta nel dato accanto: sopra i 50 metri il paracadute si è aperto in tutti e 32 i lanci, sotto in 4 su 10, e i sei che non si sono aperti hanno tutti la stessa causa dichiarata, quota insufficiente.

Poi comincia la parte difficile, che non riguarda la raccolta dei numeri. Un numero perfettamente vero porta dritto a una conclusione falsa, e lo fa senza fare rumore.
Prendete l’età. I piloti dai 50 anni in su fanno il 55% degli eventi segnalati, e la conclusione viene da sé. Peccato che sono anche il 43% dei tesserati, il che riduce la forbice a una frazione di quello che sembrava. E il conto è per tessere, non per ore volate, quindi un pensionato che vola tre volte a settimana pesa quanto un trentenne che vola sei domeniche l’anno. L’età poi non dice niente sull’esperienza: chi comincia a volare a cinquantacinque anni finisce nella casella dei cinquantenni, e di lì in avanti qualunque cosa si creda di aver capito su quanto rischia un principiante è inventata.
Oppure la chiusura asimmetrica, che compare nel 38% degli eventi finiti male. Suona come il nemico numero uno finché non si guarda l’altra colonna, dove compare nel 36% di quelli finiti senza conseguenze. Chi se l’è cavata senza un graffio e chi è finito in ospedale raccontano lo stesso inizio. A deciderlo è stato quello che c’era sotto: fra chi è finito su un albero gli esiti gravi sono il 9%, fra chi è arrivato sul terreno il 44%.

Lo stesso vale per l’aria calma. Gli eventi capitati in aria tranquilla finiscono male nel 36% dei casi, quelli capitati in aria mossa nel 40%, e quattro punti sono la distanza che si ottiene già dividendo a caso in due metà lo stesso gruppo. Attenzione però a cosa misura. L’archivio contiene solo i voli in cui è successo qualcosa, quindi non sa quanti voli in aria tranquilla si concludono senza storia: quel 36% riguarda la gravità una volta che il guaio è cominciato, e sulla probabilità che cominci non dice niente.
Difendere il lettore da queste letture è stato il grosso del lavoro. Ogni percentuale sulla pagina porta scritto accanto su quanti eventi è calcolata, perché le schede sono compilate da chi segnala e quasi ogni campo ha un numero diverso dietro. Sotto i dieci casi non viene mostrato niente, dato che una percentuale su sette eventi sono sette eventi vestiti da percentuale. E i confronti valgono sempre su tutto l’archivio anche quando si filtra, perché filtrando sul 2026 restano ventotto schede, e la grafica sarebbe identica mentre il significato è sparito.
Una cosa non la sistema nessun accorgimento. L’archivio contiene quello che qualcuno si è preso la briga di raccontare, e un incidente mortale ci arriva comunque mentre un episodio chiuso con un livido quasi mai. Si misura: da noi l’8,4% degli eventi con esito noto è mortale, contro il 3,8% dell’archivio europeo, che di eventi ne ha quindicimila. Quella distanza racconta soprattutto quante segnalazioni leggere non vengono mai scritte.
Arrivano poco più di venti schede l’anno. Lo studio della Commissione Sicurezza del 2023 aveva chiesto a chi aveva avuto un incidente se lo avesse segnalato a FIVL, e la risposta è stata sì in un caso su sette. Le ragioni date erano quasi sempre che non si usava farlo, o che non ci si era pensato. La vergogna non la nomina quasi nessuno.
Se vi è capitato qualcosa, vale anche per l’episodio che avete raccontato ridendo agli amici al rientro: è quello che manca, ed è quello che descrive la stessa sequenza di un incidente grave con un albero al posto di una roccia. Il modulo sta nel menu Sicurezza di fivl.it. Il nome viene chiesto per eventuali chiarimenti ma non è obbligatorio, e nella scheda pubblicata non compare in nessun caso.
La pagina è qui: www.fivl.it/sicurezza/casistica.

Lascia un commento