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	<title>gravidanza Archivi - Io Volo Libero</title>
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	<description>blog senza tema di Rodolfo Saccani</description>
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		<title>Elogio del dolore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rodolfo Saccani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 20:38:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[analgesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sto leggendo un libro sulla paternità , un libro divertente e fuori dagli schemi. Il libro si intitola &#8216;Manuale di sopravvivenza del padre contemporaneo (diventare paÂ³ in poche, oculate mosse)&#8217;. In un libro del genere non può mancare un racconto di gravidanza e parto vissuti dal punto di vista del padre. Leggendo espressioni mediche come &#8216;monitorare&#8230;&#160;<a href="https://www.saccani.net/elogio-del-dolore/" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Elogio del dolore</span></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.saccani.net/elogio-del-dolore/">Elogio del dolore</a> proviene da <a href="https://www.saccani.net">Io Volo Libero</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sto leggendo un libro sulla paternità , un libro divertente e fuori dagli schemi.<br />
Il libro si intitola &#8216;Manuale di sopravvivenza del padre contemporaneo (diventare paÂ³ in poche, oculate mosse)&#8217;.<br />
In un libro del genere non può mancare un racconto di gravidanza e parto vissuti dal punto di vista del padre. Leggendo espressioni mediche come &#8216;monitorare il feto&#8217; o &#8216;sofferenza fetale&#8217; mi sono tornati alla mente una serie di aneddoti e anche le famigerate espressioni &#8216;medicalizzazione della gravidanza&#8217; e &#8216;medicalizzazione del parto&#8217; ascoltate nel corso di qualche incontro del corso pre-parto a cui ho assistito.<span id="more-41"></span><br />
L&#8217;ostetrica che teneva il corso pre-parto sponsorizzava fortemente il parto in casa sostenendo che è più umano rispetto al parto in ospedale e che i medici non servono a meno che la gravidanza non sia stata problematica, in fondo si è sempre fatto così, eccetera. Sosteneva anche che il dolore è una parte importante dell&#8217;esperienza: il parto cesareo o anche solo il parto in analgesia priverebbero le donne di questo elemento fondamentale che servirebbe a preparare la donna ad affrontare le difficoltà  dell&#8217;esperienza genitoriale. Grande ottimismo. Io, che se fossi donna opterei per il cesareo o almeno per l&#8217;analgesia, mi chiedevo quali statistiche dimostrino che le donne che hanno sofferto nel parto si sono dimostrate mamme migliori.<br />
Un approccio simile si applicava alla gravidanza: la gravidanza non è una condizione patologica e non va gestita come tale (e fin qui siamo d&#8217;accordo), tante ecografie ed esami di diagnosi prenatale perturberebbero l&#8217;esperienza &#8216;medicalizzandola&#8217;.<br />
Oltre ad essere in disaccordo su quasi tutto, non mi tornava il fatto che tutto ciò accadesse in un corso organizzato dalla ASL.</p>
<p>Non sono un sostenitore della medicalizzazione di alcunché, bisogna però cercare di avere un punto di osservazione obiettivo: la medicina ha contribuito ad allungare le nostre aspettative di vita oltre che a salvare vite. Se non è più così di moda morire di parto bisogna ringraziare la scienza medica ed i medici che la applicano, le strutture ospedaliere, eccetera.<br />
Tempo fa ho dato un&#8217;occhiata a qualche statistica: il numero di ecografie che mediamente vengono eseguite durante la gravidanza è in aumento, lo stesso vale per le diagnosi prenatali (effettuate soprattutto dalla popolazione con un grado di istruzione più elevato). E&#8217; in aumento il numero di parti cesarei e di parti naturali in analgesia. Per finire è in aumento anche il numero di neonati sani. Ci sarà  mica qualche relazione?<br />
Prima che qualcuno tragga conclusioni infondate (aumento diagnosi prenatali + aumento di neonati sani = i neonati non sani vengono abortiti) faccio notare che l&#8217;interruzione volontaria di gravidanza che è <a href="http://www.svss-uspda.ch/fr/facts/tendances.htm#Italie" target="_blank">in calo dal 1982</a>, poco dopo la sua legalizzazione.</p>
<p>Non si tratta, a mio parere, di trattare la gravidanza come una condizione clinica ma solo di fare quello che è possibile e ragionevole fare per prevenire problemi. L&#8217;ecografo non serve a far sentire la donna &#8216;medicalizzata&#8217;, semmai è un fantastico strumento per spiare il pargoletto mentre si succhia il dito, osservare il profilo del suo nasino e ascoltare il battito del suo cuore, vederlo trasformarsi da pallina informe in cucciolo di umano.<br />
Le parole &#8216;monitoraggio&#8217; o &#8216;sofferenza fetale&#8217; disturbano? I medici usano termini medici, è semplicemente normale: le parole servono per comunicare e i termini medici servono ad identificare in modo univoco determinate condizioni. Sono solo parole. &#8216;Il pargoletto sta male&#8217; è forse una espressione più bella rispetto a &#8216;sofferenza fetale&#8217;? Entrambe le espressioni indicano una condizione che vorresti affrontare con assistenza medica piuttosto che in casa, o no?<br />
Riguardo al ruolo positivo della sofferenza nel parto rispetto le convinzioni di ciascuno, purché sia chiaro che si tratta di pure convinzioni. Almeno finché qualcuno non porta dati oggettivi a sostegno di queste teorie.</p>
<p>Cosa c&#8217;è alla radice di questa logica che porta ad un apparentemente irrazionale (e magari non solo apparentemente) rifiuto di un qualcosa che ha portato risultati positivi, oggettivi e misurabili?<br />
Il fattore principale, a mio parere, è che viviamo in una società  che ancora non ha fatto suo il concetto di prevenzione: l&#8217;ospedale e il medico sono associati alla malattia. Dato che la gravidanza è una condizione normale e positiva, frequentare medici nel corso della gravidanza e partorire in ospedale (o ancor peggio con un parto operativo) la fa associare ad una condizione patologica e negativa. Se il parto non è una condizione patologica non voglio medici intorno. Contorsioni mentali.<br />
Il vero problema però è che viviamo in una società  nella quale alcuni ritengono che le proprie convinzioni su temi etici debbano automaticamente essere imposte a tutti. Succede quindi che in alcune strutture ospedaliere (a volte in tutte le strutture di una certa area) non si pratica analgesia, cesarei, o induzione (neanche su richiesta della donna) se non in casi veramente critici (con conseguenze a volte tragiche).</p>
<p>E&#8217; principalmente la paura del dolore a far scegliere a molte donne il parto cesareo, questo è probabilmente uno dei motivi per cui il numero di parti cesarei è in aumento. Nell&#8217;ospedale in cui è nata Chiara la tendenza è stata invertita: il numero di parti cesarei è stato ridotto grazie al fatto che alle donne viene offerta la possibilità  di fare un parto naturale con analgesia (generalmente epidurale). La richiesta della donna è sufficiente perché l&#8217;analgesia venga eseguita, o quasi.<br />
Il quasi deriva dal fatto che il parto in analgesia non è ufficialmente offerto dalla struttura ospedaliera ma è una meritevole iniziativa personale di alcuni ginecologi con la collaborazione di un anestesista dell&#8217;ospedale.<br />
La cosa paradossale è che l&#8217;organizzazione è efficiente ma gestita in modo autonomo e volontario da ginecologi e anestesista. L&#8217;incontro tra l&#8217;anestesista (il bravissimo dott. Montanari) e le coppie interessate all&#8217;analgesia, per fornire loro le spiegazioni e le informazioni necessarie a fare una scelta consapevole, si è svolto dietro appuntamento informale in una saletta del reparto di rianimazione e mi ha dato quasi l&#8217;impressione di riunione di cospiratori.<br />
L&#8217;anestesista si rende disponibile ogni qualvolta una donna richieda l&#8217;analgesia ma, siccome lavora in rianimazione, bisogna che questo accada quando lui non è impegnato. Spesso si rende disponibile anche nei festivi e quando non è in servizio (come nel caso di Barbara) ma in questi casi non c&#8217;è alcuna garanzia. Questo è il motivo per cui la tendenza è quella di programmare il parto qualche giorno prima della scadenza (se ci sono le condizioni per farlo) e fare un&#8217;induzione: per garantire la presenza dell&#8217;anestesista alla donna che lo desidera.</p>
<p style="margin-bottom: 0in;">Nel caso di Barbara non c&#8217;erano le condizioni perché la marmocchia non aveva fretta e il collo dell&#8217;utero non si accorciava, quindi si è dovuto aspettare dopo la scadenza della 40 settimane. Siamo finiti a ridosso delle festività  natalizie ed è capitato che le contrazioni sono arrivate la sera del 25 dicembre: anestesista indisponibile fino alla mattina successiva. L&#8217;anestesista è arrivato alle 9 di mattina (comunque era un giorno festivo e lui non era in servizio) dopo circa 12 ore di travaglio mentre Chiara è nata intorno alle 12.30. Avendo vissuto (da spettatore, ma piuttosto coinvolto) il travaglio per tante ore senza analgesia e le ultime ore con analgesia sono un valido testimone di quanto le due esperienze siano distanti anni luce una dall&#8217;altra. Altro che vivere appieno l&#8217;esperienza: l&#8217;analgesia umanizza il parto, consente alla donna di viverlo pienamente, coscientemente e civilmente. Barbara, che nonostante la lunga sofferenza è riuscita a mantenere una lucidità  tale da mandare a quel paese l&#8217;ostetrica che le ricordava come quel dolore le avrebbe permesso di immedesimarsi nel ruolo di mamma, nel giro di pochi minuti è tornata ad essere la Barbara di sempre e abbiamo trascorso le ultime ore in modo estremamente sereno: parlando, scherzando, ascoltando musica, facendoci anche qualche foto. In sala parto, tra una contrazione e l&#8217;altra, la partoriente con le sue battute faceva ridere gli astanti.</p>
<p>Altro motivo che, se mai avessi avuto idee strane, mi avrebbe convinto dell&#8217;opportunità  di partorire in ospedale è che Chiara era grandina e non si era preoccupata di collaborare posizionandosi al meglio. Tirarla fuori ha presentato qualche difficoltà  tanto che dopo il parto la pediatra che l&#8217;ha visitata, constatando che le scapole erano intere, si è congratulata con l&#8217;equipe. Questa era una di quelle difficoltà  che si presentano all&#8217;ultimo momento dopo una gravidanza liscia come l&#8217;olio. Non avrei voluto affrontarla in casa senza altro supporto che un&#8217;ostetrica.</p>
<p>A proposito di ostetriche. Proprio questa sembra essere la categoria (non sono tutte così, fortunatamente) che conta più sostenitrici del parto in casa. Eppure, come i medici, lavorano in ospedale e vivono quotidianamente la realtà  del parto. Perché due visioni così distanti?<br />
Da una intervista ad una ostetrica trovata <a href="http://www.macrolibrarsi.it/speciali/parto_in_casa.php" target="_blank">qui</a>:<br />
<em>Le donne hanno delegato la loro competenza nel partorire al medico, alla tecnologia, all&#8217;ospedale. Le ostetriche hanno delegato la loro professionalità , manualità , sapere antico e hanno perso la loro autonomia professionale.<br />
</em>Adesso incomincio a capire da dove arriva questa opposizione.<br />
Nella stessa intervista si arriva a fare affermazioni palesemente false come il dichiarare che è scientificamente provato che è più sicuro partorire in casa.</p>
<p>Per concludere, quello che ho imparato da questa esperienza è che ogni struttura ospedaliera ha un proprio approccio ed è bene chiarirsi le idee in anticipo riguardo quello che si desidera , in base alle proprie aspettative bisogna informarsi bene prima di scegliere dove far nascere il proprio erede.</p>
<p>Trovo che l&#8217;approccio dell&#8217;ospedale in cui è nata Chiara sia esemplare (o almeno lo sarebbe se solo l&#8217;analgesia fosse garantita):<br />
&#8211; Le 	sale travaglio sono molto accoglienti, alcune sono ammobiliate come una stanza d&#8217;albergo, una è dotata di vasca per il parto in acqua, sono attrezzate per ascoltare musica.<br />
&#8211; Il 	parto si svolge in sala parto solo in casi che presentano qualche 	difficoltà  (come quello di Barbara), altrimenti si resta in sala 	travaglio.<br />
&#8211; Appena 	il moccioso salta fuori viene adagiato sul ventre della mamma per 	incominciare a fare conoscenza (Barbara: &#8216;ma è scura!&#8217;, io: &#8216;e 	perché credi che io stia piangendo?&#8217;), intanto si svolgono le 	pratiche di taglio cordone. Mi è stata offerta la forbice per il 	&#8216;varo&#8217; ma l&#8217;ho rifiutata (ufficialmente perché non apprezzo 	certi riti tribali, in realtà  perché ancora provato dagli ultimi 	istanti di quello che mi pareva un remake di Alien).<br />
&#8211; Dopo 	la nascita il papà  assiste alla prima visita e al lavaggio, il 	bimbo viene vestito e torna immediatamente con i genitori nella sala 	travaglio nella quale sono liberi di restare soli per le ore 	successive.<br />
&#8211; Il 	marmocchio viene lasciato sempre in camera con la mamma che è 	comunque libera di spedirlo in nursery quando desidera prendere 	fiato.<br />
&#8211; Il 	papà  può entrare e uscire dal reparto quando vuole (ho anche 	dormito in ospedale quando c&#8217;era un letto disponibile), gli orari 	delle visite di amici e parenti invece sono regolamentati (cosa 	molto positiva).</p>
<p>Conclusione: altro che vivere appieno l&#8217;esperienza grazie al dolore. Il dolore aiuta a crescere e prepara ad affrontare le difficoltà  della vita? Ai sostenitori di questa tesi consiglierei di provare a vivere appieno l&#8217;esperienza di  un intervento chirurgico senza anestesia, magari un intervento ortopedico.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.saccani.net/elogio-del-dolore/">Elogio del dolore</a> proviene da <a href="https://www.saccani.net">Io Volo Libero</a>.</p>
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